Firenze da raccontare

“Ciao sono io; sono in stazione, arrivo per le 17:00; poi prendo la bici e sono lì. Intanto carichi la valigia? grazie ciao, a tra poco.”
passano pochi minuti …
“Ciao, sempre io.Hai preso shampoo, balsamo, dentifricio e carica batterie? (…) ok ciao.”
un altro minuto in attesa al binario …
“ahh dimenticavo …hai lasciato da mangiare a Fichetto (il gatto)? … 2 ciotole di crocchette? ma scoppia! … va bè, ciao ciao”.

Così ci accingevamo a partire per Firenze, per trascorrere un week-end anche culturale.
Da Faenza prendiamo un trenino che in circa 2 ore ci porterà a Santa Maria Novella, attraversando l’appennino Tosco-romagnolo, o meglio, vista la direzione Romagno-toscano.
Il treno non è elettrico. Non ci sono infatti i fili.
All’interno un tepore molto invitante. Sollevo le gambe come una nonna intenta a riattivare la circolazione, e comincio a studiare le impostazioni della mia fotocamera compatta Lumix.
A ripetizione scatto foto orripilanti: + iso, – iso. Esposizione + … no -, bracketing … mmmm proviamo … no meglio di no.
Poi lo sfizio di spulciare le impostazioni automatiche:
“Party”: ho sempre pensato “forse la userò in occasione di una festa”. E invece no, consente di ottenere colori più naturali in interni … “ahh ma allora non mi serve una vita per forza mondana!”. E poi l’impostazione “Panoramica” per foto dal finestrino dell’aereo: inquietante all’accensione dice “non accendere la fotocamera in fase di decollo e atterraggio … seguire le indicazioni del personale di volo” … mmm spengo terrorizzata dalla spavalderia delle tecnologie.

Arriviamo a Firenze, città dipinta di giallo per le luci notturne.

L’hotel della catena spagnola NH, brutto fuori, sorpresa dentro.
Rubo una caramella di catena per la confezione troppo di design, in attesa di completare il check-in. Il sapore di fragola industriale. E’ inmangiabile ed attivo quindi un iper-salivazione per scioglierla in fretta.
La stanza non è grande ma carinissima. Molto pensata, moderna. Il parquet di legno ci fa sentire in una baita … di Tokyo.

Il porta chiave magnetica ci dice “Attenzione: l’uso di questo prodotto può causare stati di soddisfazione, estremo relax e desiderio di ritornare”. Non ce ne preoccupiamo e affamati come siamo scappiamo verso il centro, passeggiando per il lungo Arno alla ricerca della trattoria Il Mostrino.
Indosso un paio di decoltè basse, anni ’80, completamente dorate, di un tessuto che pare lo stesso delle decorazioni dell’albero di natale, dono di mia nonna, quella antipatica. Non ho i sottotacchi e i miei passi scandiscono violentemente la ricerca del cibo.


Lo spettacolo dell’Arno che gioca con i riflessi ci fa fare ritardo. Avevamo prenotato un tavolo per le 21 e 30, ma tra autoscatti di rito, digressioni dal percorso, consultazioni della mappa e qualche vetrina, arriviamo in ritardo. Ma l’oste, presentate le scuse ci dice ” … e (h)e volete (h)e sià!”
Ci piace l’atmosfera e cominciamo a non perdere l’occasione per degustare la tos(h)anità!

All’uscita il vino ci aiuta ad affrontare la brezza serale, e a me allevia il dolore ai piedi. Distruggo le scarpette fra i ciottoli sconnessi, un po’ romani e un po’ fiorentini, ma non me ne curo.
Per Firenze è in corso il Festival della Creatività e sentiamo provenire da ogni angolo musiche diverse. C’è fermento, di turisti e autoctoni. Tra scatti nipponici e la ricerca di un tabacchi, ammiriamo la potenza delle architetture del centro, riflettendo sui temi più disparati: turismo, politica, popoli, ricchezza, amministrazione pubblica, qualità delle merci e importazione.
Sulle gradinate del Duomo c’è chi mangia una pizza; chi attende qualcuno. Noi inganniamo il tempo, o forse è lui che inganna noi, infatti è già l’una di notte e domani ci attende una giornata intensa.


Il mio cavaliere ha il sistema immunitario in difficoltà e decidiamo quindi di tornare in albergo. Il mio scarso senso dell’orientamento dà vita ad una discussione. Si ironizza sulla mia gestione del percorso di ritorno, scatenando un astio uomo/donna nel bel mezzo di vicoli e piazzette nelle quali non capiamo di essere.
Finalmente arriviamo; la reception è ancora illuminata a giorno. Ci tuffiamo nel lettone alto e fresco di pulito. Due cuscini a testa, da sogno … sprofondiamo infatti in fretta perdendo i sensi.

Il giorno seguente la sveglia non suona, per scelta. Al volo opto per la comodità, scarpe basse, e ci fiondiamo a fare colazione. Gli hotel internazionali hanno il difetto di scatenare l’istinto dei golosi. Facciamo così due colazioni accumulando in totale 8 piattini sporchi di miele e bacon.

Con tutte le energie in corpo, partiamo alla volta di Palazzo Pitti.
Abbiamo deciso di acquistare un ingresso cumulativo che prevede la visita di: Giardino dei Boboli, Galleria del Costume, Museo degli argenti, con annessa esposizione temporanea sul vino nella storia del Mediterraneo (dai reperti egizi a quelli etruschi, greci e romani/medievali), ed infine il Museo delle ceramiche, che per disinteresse evitiamo.
Timorosi delle ire del cielo, decidiamo di approfittare della quiete atmosferica per scalare l’enorme collina che ospita il Giardino dei Boboli. Accompagnata da una guida d’eccezione, mi faccio spiegare le caratteristiche del giardino all’italiana e di alcuni fenomeni vegetali.

Tra una siepe e l’altra scopro, sornioni, alcuni gatti più o meno grassi. E penso a Fichetto, solo a casa, e al suo trascorrere del tempo. Penso che un posto così piacerebbe anche a lui. Mi sento un po’ in difficoltà a scambiare effusioni con questi gatti, pensando di fargli un torto.

Il parco regala scorci su Firenze davvero mozzafiato, e il duomo si fa spazio, imponente, fra il resto delle case.
La passeggiata continua per ore e stanchi torniamo poi al Palazzo per proseguire la visita dei musei.
La galleria del Costume è il mio mondo. Somiglia un pochino al Victoria & Albert Museum di Londra, nell’area dedicata alla moda. Abiti del ‘700 introducono capolavori più recenti. Mi perdo e mi emoziono tra scarpette e ventagli da red carpet. E’ vietato fare foto e allora decido di comprare la guida … ma 11€ sono un po’ tanti per un libricino di poche immagini e demordo. Gli altri musei ci regalano l’atmosfera di una gita scolastica. Geroglifici egizi riportano le storie della coltura dei vitigni e della lavorazione dell’uva. Niente di nuovo insomma, i piaceri dell’ebrezza non sono cosa solo nostra. Seguono gioielli di epoca rinascimentale che scatenano in me l’invidia per quelle nobili dame fiorentine che si agghindavano di camei e pietre preziose.

Scorci di urbanità catturano la mia attenzione e ci accompagnano fino alla casa di Dante, dove rimaniamo un po’ delusi per la carenza totale di supellettili  originali e reperti. Finalmente comincio ad apprezzare una Firenze lontana dall’immagine delle cartoline. Respiro la sua vita attuale e la riscopro sveglia dal torpore di museo a cielo aperto da visitare.

In un vicolo scopriamo poi un take-away di altri tempi; un posto dove assaporare le tipicità fiorentine. Panini con lampredotto e vino rosso. Ci lasciamo ungere da un panino ingestibile prima di chiamare il Teatro di Rifredi e prenotare due biglietti per lo spettacolo serale “Il gatto in cantina“, un operetta commedia ambientata nelle colline di Firenze in epoca risorgimentale.
I momenti più divertenti sono le discussioni animate fra un Signore toscano e il garzone balbuziente. Talmente concitate da farmi perdere alcune battute in toscano stretto, che fanno ridere tutta la platea, e di conseguenza anche me, che rido per la situazione, solidale con il pubblico. La trama è graziosa e ben articolata. Con giochi di metafore e parallelismi narrativi, viene messa in scena una commedia di intrighi amorosi e di gelosia.

A fine serata torniamo stanchissimi in hotel, molto soddisfatti di un week-end che si sta per concludere e che ci ha regalato sorprese e momenti davvero piacevoli.
Dal treno, tra una lettura e due sguardi fuori dal finestrino. ripenso a questi due giorni e fantastico sulla prossima occasione di rivedere Firenze, il suo enorme patrimonio artistico e le novità che ci aspetteranno. Il trenino ripercorre gli Appennini verso il ritorno e la macchia che si tinge di rosso ci ricorda che è arrivato l’autunno e che a casa ci aspettano le caldarroste da abbrustolire nel caminetto.

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